Alfonso Sabella racconta gli anni in prima linea a fianco di Giancarlo Caselli
Sono passati 15 anni dall’uccisione di Giovanni Falcone e Pietro Borsellino e un libro del magistrato Alfonso Sabella ripercorre il periodo in cui lo stato ha reagito alle stragi e ha inferto duri colpi a “cosa nostra”. Anni di minuziose indagini e pazienti appostamenti, di interminabili intercettazioni e di collaborazioni preziose di “uomini d’onore”.
Da Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca, da Pasquale Cuntrera a Pietro Aglieri, Sabella racconta come è riuscito a catturare gli autori di stragi, omicidi, estorsioni, appalti truccati e organizzatori del traffico internazionale di droga.
Con l’aiuto di preziosi investigatori, Sabella, per anni magistrato del pool antimafia a Palermo sotto la guida di Giancarlo Caselli, ha scovato uomini latitanti da anni, nascosti tra le pieghe di una Sicilia che spesso sfugge al controllo dello Stato. Saper parlare con i pentiti, conoscere il modo di ragionare dei mafiosi, muoversi tra la criminalità comune, pedinare le donne dei capimafia, utilizzare gli ultimi ritrovati della tecnologia: sono questi gli strumenti utilizzati nella lotta spietata alla mafia. “Ogni indagine ha la sua storia –dice Sabella- alcune partono da una soffiata e altre sono invece il frutto di un’idea originale, di un guizzo, di un’intuizione.
La cosa fondamentale è capire il modo in cui il latitante si muove, quali sono i suoi legami, i suoi contatti, pensare come lui, saper parlare la sua lingua e quella delle persone che gli stanno vicino”. Il libro è una carrellata di successi, ma anche di delusioni e rimpianti. Per non essere arrivati in tempo in covo “caldo”, appena abbandonato, per non aver salvato un innocente “per un soffio”, come nella tragica vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo. Una lotta contro il tempo condotta con competenza e caparbietà, esperienza e astuzia, con un’immancabile pizzico di fortuna.
Dal libro emerge una chiara lezione: non bisogna mai abbassare la guardia nella lotta alla criminalità organizzata. La mafia, cosi come ‘ndrangheta, camorra o sacra corona unita, sono come animali mitologici dalle molte teste. Una volta che ne cade una ce n’è sempre un’altra pronta a prendere il suo posto nella rete di relazioni e protezioni che permette all’organizzazione di sopravvivere. Alla cattura dei latitanti va accompagnato il prosciugamento del bacino delle connivenze in cui i criminali si muovono e sollecitata la reazione ai soprusi da parte dei cittadini.
Quello che è successo dopo le stragi del ’93, che ha visto crescere una nuova generazione decisa a scrollarsi di dosso i retaggi dell’arretratezza e della paura. Una paura che nasce nelle camere della morte dove avvengono le torture e le uccisioni più cruente e dalle storie delle guerre di mafia di cui fanno le spese anche gli innocenti. Tante di queste storie sono state raccolte nel libro “Cacciatore di mafiosi”, un saggio che ha la leggerezza di un romanzo.